Una denuncia, come molte altre, non è stata presentata solo per chiedere giustizia nei confronti dell’autore di insulti omofobi, ma anche per segnare un passo nella lotta contro l’omofobia.
Una denuncia vanificata in aula
Tuttavia, la denuncia è stata vanificata da burocrazia e procedure processuali, nonostante evidenze chiare: le frasi omofobe pubblicate su un social, il nome dell’autore, residente a Cremona, e la sua confessione documentata in un verbale.
Chi sono Giorgio e Sergio
Nonostante tutto ciò, l’autore degli insulti è uscito senza alcuna condanna. Non è stato disposto alcun risarcimento, che in altre cause simili sarebbe stato devoluto in beneficenza. A raccontare questa triste conclusione sono Giorgio Donders e Sergio Sormani, artisti e coppia, noti a Vimercate per la loro storica attività ristorativa.
Una campagna contro l’omofobia
Nel 2018, a Vimercate, avevano lanciato una campagna di sensibilizzazione contro l’omofobia, affiggendo cartelloni e manifesti nelle strade della città. Questa vicenda, iniziata otto anni fa e conclusasi in modo infelice, è stata raccontata da Giorgio e Sergio sul loro sito viveredaveri.it e attraverso un comunicato stampa.
Il racconto della vicenda
Di seguito, il racconto della vicenda che ci ha coinvolti. Un commento omofobo, violento, è apparso sotto un post che descriveva la nostra unione civile, celebrata a Vimercate nel settembre 2018. L’imputato, un uomo di 74 anni, all’epoca aveva 66 anni. Il suo profilo Facebook riportava nome e cognome. Come documentato negli articoli, «aveva ammesso di essere l’autore del commento violento» di fronte ai carabinieri, accennando anche a delle scuse. Il pubblico ministero aveva richiesto una pena di sei mesi, mentre il nostro legale, avvocato Luca Castelli, aveva chiesto un risarcimento danni da devolvere in beneficenza.
Tuttavia, «non si è potuta raggiungere la prova che il profilo fosse riconducibile all’imputato». Le regole processuali stabiliscono che la prova debba formarsi durante il dibattimento, e le dichiarazioni raccolte nelle indagini non possono essere utilizzate. Il risultato è stato l’assoluzione dell’imputato, non perché il fatto non fosse accaduto o perché le parole non fossero state scritte, ma perché non era possibile dimostrare, secondo le regole processuali, chi fosse l’autore.
Questa situazione solleva una riflessione più ampia. Denunciare è fondamentale, ma quanto è difficile ottenere giustizia? Tra il momento in cui si subisce un attacco e quello in cui si cerca giustizia, si apre uno spazio fatto di passaggi tecnici, limiti procedurali e indagini che, come emerso, «non sono state condotte in modo approfondito dal punto di vista informatico».
In questo lasso di tempo, è possibile che tutto si fermi: una persona ammette, ma non in aula; un profilo esiste, ma non è “provabile”; un’offesa rimane tale, ma senza responsabilità riconosciuta. Non si tratta di vendetta, ma di giustizia. Se è giusto denunciare, è altrettanto giusto attendersi una conclusione chiara del percorso legale. Altrimenti, come riportano alcuni articoli, si corre il rischio che i social diventino un luogo di impunità.
Noi continueremo a denunciare e a raccontare queste storie, perché il problema non riguarda solo quanto accaduto a noi, ma è una questione che può riguardare chiunque, ogni giorno.